PASSOPISCIARO

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LA STORIA

 

Il toponimo Passopisciaro è nato molto prima del paese stesso.

Le leggende lo fanno risalire tra il Sei Settecento, quando l’assassinio in questi luoghi di un pescivendolo (in siciliano Pisciaro) per mano del famigerato brigante Ciccu Zummu e del suo compagno Testazza, diede vita al toponimo.
 

Ma è Giuseppe Luigi Sardo che, nel descrivere i confini del territorio della sua Castiglione, menziona questo toponimo già verso la fine del seicento.
 

Come ci confermano sia Vincenzo Sardo sia Santi Correnti, ma anche molti altri autori, il passaggio e l’omicidio del povero pescivendolo diede vita al cosiddetto Passo del Pisciaro ovvero Passopisciaro.
 

Così riporta la leggenda:”Tra il Seicento e il Settecento i luoghi su cui Passopisciaro sarebbe sorto erano infestati dal bandito Ciccu Zummu e dal suo compagno di malefatte soprannominato Testazza. Il brigante era temerario a tal punto che, avendo saputo che il Capitano Giustiziere della Real Gran Corte di Randazzo aveva messo una taglia sulla sua testa, decise di giocargli una beffa. Sequestrò il pescivendolo, si travestì dei suoi umili abiti, e con il paniere sotto il braccio si recò a Randazzo per vendere i pesci allo stesso Capitano Giustiziere. Uscendo poi dal paese, il bandito prese in giro anche le guardie di fazione alla porta Aragonese, raccomandando loro di arrestare al più presto il famigerato Ciccu Zummu affinché  tutta quella zona fosse liberata una volta per tutte dal terrore. Le sue tracce sarebbero state con cotanta abilità cancellate, di modo che rimanesse il dubbio se la presenza dello Zumbo fosse stata apparizione o realtà. Ma,  appena uscito da Randazzo, decise di svelare la sua vera identità al primo viandante che incontrò, e così si seppe dell’audace beffa giocata dal bandito castiglionese al Capitano Giustiziere.  Per evitare poi al vero pescivendolo la seccatura di essere arrestato, dato che ormai si era sparsa la voce del suo travestimento, Ciccu Zummu pensò bene di fargli la “cortesia”  di ucciderlo: lo attese al varco nel punto dove la strada si biforcava (e si biforca tuttora) per scendere verso il fiume Alcantara, e con fredda crudeltà lo uccise.  E così, per la ferocia del brigante Ciccu Zummu, il luogo prese il nome di Passopisciaro, cioè “il passo del pescivendolo”, toponimo che ancora oggi porta.”.
 

Ma non è detto che il toponimo non possa derivare da Passo delle sciare o meglio Passare per le sciare(Passari pi sciari in siciliano), giacché questi luoghi sono stati nell’arco dei secoli molte volte sepolti dalle colate laviche dell’Etna, andando a formare il Feudo delle Sciare.
 

Infatti, passare per le sciare inteso come passare per il feudo delle sciare.
 

La lava su cui Passopisciaro sorge è quella del 1646, lo stesso periodo della leggenda del brigante.
 

È un caso?
 

Il paese invece prese vita molto più tardi.
 

Dopo il frazionamento degli ex feudi baronali e demaniali (fine del feudalesimo 1812), sorsero in questa zona molte abitazioni sparse, delle quali abbiamo ancora molte testimonianze intorno e dentro il paese stesso, vedi ad esempio Palazzo Vigo.

Di fattura ottocentesca è il Palazzo Corso (residenza estiva dello scienziato Ettore Majorana), come dello stesso periodo sono Palazzo Vagliasindi, Palazzo Scuderi, insieme a tantissime altre costruzioni(vedi ARTE).

Il centro del paesino comincia a svilupparsi subito dopo.

Uno sviluppo demografico imponente nel giro di pochi decenni, da una ipotetica nascita tra il 1870/80, si arriva agli 808 abitanti del 1900, ai 1080 del 1921, ai 1500 del 1954.

Nel 1897, a coronamento di uno sviluppo avvenuto in pochissimo tempo, Passopisciaro avrà anche la sua chiesa, di struttura non indifferente per una realtà ancora piccola, chiesa che andrà a sostituire le Cappelle private e la piccola chiesetta di contrada Santo Spirito.

Su quest’ultima c’è da fare una considerazione, ma per questo rimandiamo alla sezione ARTE.

La popolazione passopisciarese, quella delle origini,  non era indigena, nel senso che la maggior parte delle sua gente non proveniva da queste zone.

Ma questa non deve considerarsi una sorpresa, poiché i proprietari terrieri, non essendo locali, per difendere i propri interessi si servirono di persone di fiducia portate dai loro luoghi d’origine, Acireale in particolar modo.

Ciò spiega come mai a Passopisciaro si parla un dialetto diverso da quelli della zona, più vicino a quelli della costa ionica da cui i primi abitanti provenivano, che non da quelli di montagna, dove Passopisciaro effettivamente è ubicato.

Siamo gli unici, in tutta la val Demone, a pronunciare il pronome “ IO ” in “ IU’ ”, cosa che si riscontra solo nelle zone di Catania, Acireale e Giarre, che poi sono proprio i luoghi di origine di quasi tutti i proprietari dell’epoca.

Il motivo che spinse questi imprenditori, così possiamo definirli, a venire in questi luoghi, fu la grande richiesta di vino sul mercato verso la metà del 1800.

Senza timore di essere smentiti, il luogo migliore in cui si produce vino, sia per clima(la nebbia, ad esempio, è un evento assai raro) sia per posizione geografica, è proprio Passopisciaro.

E questa non è presunzione o campanilismo, ma una presa d’atto, infatti, in una ipotetica giurisdizione passopisciarese, come da documento dell’Ufficio Tecnico Erariale di Catania del 1949, rientrano le migliori contrade universalmente riconosciute dai produttori di vino, Moganazzi, Zottorinoto, Marchesa, Arcuria, Santo Spirito, Guardiola, Feudo di Mezzo, tutte nel comprensorio passopisciarese.

Vincenzo Sardo sul suo testo “Castiglione città demaniale città feudale” del 1910, non esita a definire Passopisciaro uno centri più importanti della provincia di Catania, e non è il solo.

Cosi come confermano alcuni testi dell’epoca, Passopisciaro fu l’unica realtà forte al centro dei due più grossi centri di Randazzo e Linguaglossa.

Questo indusse tali persone ad investire soprattutto nel territorio passopisciarese, ma non solo.

Questo lavoro portò un discreto benessere richiamando nella zona moltissimi altri contadini.

La piccola valletta dentro cui Passopisciaro in seguito sorse, venne ad essere frazionata dai loro antichi proprietari, rendendola edificabile.

Caratteristica di Passopisciaro è, infatti, la non casualità del suo impianto urbano, attraverso il frazionamento assistiamo quindi alla nascita delle grandi e piccole strade, alle canaline in pietra  lavica per la confluenza delle acque bianche, alla simmetria delle loro abitazioni, e soprattutto ai grandi marciapiedi, caratteristica questa solo dei centri come Randazzo e Linguaglossa.

Oltre che nella campagne il vino portò lavoro anche all’interno del paese stesso, infatti, tre fabbriche di alcool etilico (due già negli anni venti) lavorarono a pieno regime fino alla fine degli anni sessanta.

L’unica cantina di vino, la Calì Tabuso & figli, era servita, nel suo interno, dai binari della Circumetnea, la quale aveva visto la nascita proprio negli stessi anni dello sviluppo di Passopisciaro: 1896.

I vagoni merci entravano sin dentro l’azienda per caricare i vini per trasportarli sino al porto di Riposto da dove raggiungeva mete diverse, in Italia ed all’estero.

Lo sviluppo di questo piccolo centro, a questo punto,  fu inesorabile.

Già negli anni venti si contavano, oltre alle già citate Distillerie e Cantine di vino, Botteghe di artigiani, segheria, farmacia, mastri bottai, ebanisti, falegnami, calzaturificio, osterie, alimentari, pastificio, mercerie, e come Padre Leonardi riporta nell’editoriale del suo “Eco di Passopisciaro” del 1924,  anche la stazione dei Carabinieri, la Banda Musicale, Sindaco Delegato e la Guardia Municipale ed ancora, gli uffici del Comune, le scuole primarie, secondarie e superiori.

Mancava solo quel Cimitero tante volte richiesto a gran voce dai passopisciaresi(vedi Eco di Passopisciaro) già dagl’anni venti, ma per averlo bisogna aspettare sino agli inizi degli anni settanta.

Insomma, tutto quanto poteva servire ad un piccolo paesino nato dal nulla per lanciarsi nel novero de centri più dinamici della provincia.   

L’economia di Passopisciaro, sin dalla sua nascita, si è sempre basata sulla vitivinicoltura e su altri buoni prodotti della terra dell’Etna, come ad esempio l’olio, e proprio l’Etna, il 17 giugno 1923, fece il suo primo scherzo al nascente paesino.

Una colata lavica, partendo dalla contrada Germaniera, si divise in tre braccia, uno dei quali si diresse su Passopisciaro.

Il braccio centrale, quello di Linguaglossa, provocò sicuramente più danni e distruzione, e quello su Passopisciaro, nello stesso tempo, contribuì a far sentire, per la prima volta dalla sua nascita, il senso di impotenza, di vuoto nei suoi primi abitanti.

Si chiese così l’intervento del divino, cosi come i linguaglossesi chiesero aiuto a Sant’Egidio, attraverso la traslazione di Maria SS del Rosario dalla Chiesa fino alla Colonna, i passopisciaresi chiesero la sua intercessione.

La lava, miracolosamente, fermò la sua marcia, e Passopisciaro, ma soprattutto i suoi terreni coltivati, furono salvi.

Da qui nasce la festa votiva in onore di Maria SS del Rosario, che, nata il 23 giugno del 1924, si festeggiò il 17 giugno di ogni anno sino agli anni 70, quando poi fu spostata alla prima domenica di luglio.

Quegli investitori che avevano fatto si che Passopisciaro raggiungesse quella grande notorietà fino a quel momento, forse presagendo aria di sventura, verso la fine degli anni trenta decisero di abbandonare questi luoghi, decretando di fatto la sua fine economica. 

Infatti, di lì a poco, la Seconda Guerra Mondiale fece le sue vittime, e non solo umane.

Passopisciaro conobbe, come la vicina Randazzo, sia lo sfacelo dei bombardamenti sia il dolore per la morte di innocenti persone.

Sette furono i concittadini che perirono sotto la furia delle bombe Alleate e dodici le abitazioni distrutte, che in un paesino piccolo come il nostro è stato un disastro ed una tragedia immane.

Ad immortale ricordo menzioniamo le vittime civili di questa tragedia: Francesca Citrà, Vincenza Citrà di anni 22, Giovanni Citrà di anni 18, Carmela Miceli, Rosaria Petralia di anni 22, Maria Concetta Nicotra di anni 17, Angela Nicotra di anni 14.

La distruzione che accompagnò la fine della guerra si fece sentire sull’economia del paese, il quale, non offrendo che miseria, spinse molta gente alla dolorosa scelta dell’emigrazione.

Mete ambite, le Americhe e l’Australia.

Ma non tutti decisero per l’emigrazione, molti preferirono rimboccarsi le maniche e ricominciare daccapo.

Nonostante la distruzione e la miseria lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale, Passopisciaro comunque, da un punto di vista economico, rimase un punto di riferimento.

Timidamente le vecchie fabbriche si rimisero in moto, ed il lavoro agricolo fu un supporto economico non indifferente non solo per i residenti, ma anche per tutti paesi dell’hinterland compreso il più grosso centro di Randazzo.

Ma le disgrazie non vengono mai da sole, dopo la guerra e tutto quello che ne conseguì, solo dopo due anni una nuova sciagura si abbatté su Passopisciaro.

Dalle Cronache Parrocchiali apprendiamo la paura che la sera del 14 febbraio del 1947 ha dovuto provocare, nei cuori dei passopisciaresi, l’esplosione dell’Etna e la conseguente colata lavica che sul paesino sembrava riversarsi.

Dalla più fredda, distaccata cronaca dei giornalisti de La Sicilia, Corriere di Sicilia, Corriere della Sera dell’epoca, apprendiamo la cruda cronaca di un paesino che ha rischiato di scomparire sotto la minaccia del Vulcano dei Vulcani: l’Etna.

Dopo circa 20 giorni di paura in paese, ma anche di distruzione di vigne e terreni coltivati nelle zone alte, la Montagna di Fuoco degli arabi(Gebel Hulhmet) decide di graziare gli abitanti di Passopisciaro, che nel frattempo avevano chiesto, ancora una volta, l’intercessione di Maria SS del Rosario sua Patrona.

La lava si fermò appena sopra l’abitato di Passopisciaro, all’altezza del fondo della Baronessa Musumeci.  

Passopisciaro, anche se non è più riuscito a riportarsi ai vecchi splendori, cerca di reagire a questa situazione di crisi, che comunque investe un po’ tutta la valle.

Lo sforzo e il sacrificio di chi è rimasto, ha portato Passopisciaro allo stato che oggi noi conosciamo.

Non ricco, non industrializzato, ma pulito, accogliente, tranquillo e per questo meta ambita di quel turismo che non va cercando altro che fuggire dallo stress delle città.

Vive di un’economia essenzialmente agricola, vino e olio soprattutto, ma non mancano esempi d’imprenditorialità.

Una delle possibili soluzioni a questa crisi può essere la strada del turismo enologico, strada che si sta tentando di battere.

Bisogna aspettare la fine degli anni novanta per assistere ad un timido risveglio dell’economia, lento ma inesorabile.

L’arrivo di alcuni produttori vinicoli del nord Italia, portandosi dietro le esperienze acquisite in tanti anni di vitivinicoltura in Toscana, Piemonte e il meglio della Valle Padana e non solo, fondendo queste esperienze con la realtà e le esperienze etnee sono riusciti a dare uno scossone all’intero comparto.

Quello che è venuto fuori è un prodotto oramai presente su tutte le guide di vini sia italiane che straniere.

Molti dei vini, diciamo così, passopisciaresi, hanno avuto delle eccellenze e premi oramai ovunque.

Attorno a queste realtà, negli ultimi decenni abbiamo assistito alla nascita di strutture ricettive, dagli agriturismo ai bed&breakfast, dai ristoranti alle enoteche.

Che sia questo il volano dell’economia non solo passopisciarese ma di tutto il territorio castiglionese?

Sta a noi capirlo.

O prendiamo al volo questo treno o non ci rimane altro che sederci alla “Colonna” e lamentarci che nulla funziona, tipico della remissiva mentalità meridionale.